C’è un nuovo pericolo per la sicurezza nazionale: il debito
Il riordino dei conti pubblici e l’accelerazione della crescita non sono più soltanto priorità di ordine economico per i paesi industrializzati. La situazione delle finanze statali e le prospettive di sviluppo costituiranno sempre più un problema di sicurezza
12 AGO 20

Il riordino dei conti pubblici e l’accelerazione della crescita non sono più soltanto priorità di ordine economico per i paesi industrializzati. La situazione delle finanze statali e le prospettive di sviluppo costituiranno sempre più un problema di sicurezza. A certificarlo, da ieri, è la nuova dottrina sulla sicurezza nazionale varata del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama: “Al centro dei nostri sforzi – si legge nel documento dell’esecutivo – c’è l’impegno a rinnovare la nostra economia, che serve come fonte della potenza americana”. Il segretario alla Difesa della Casa Bianca, Robert Gates, in un discorso a inizio mese era stato ancora più eplicito: “Non possiamo avere un esercito forte se abbiamo un’economia debole”.
E se il problema si pone a Washington, è impossibile che l’Europa possa fare finta di niente, considerato l’elevato indebitamento pubblico degli stati del continente e le previsioni di una crescita decisamente anemica nei prossimi anni. A lanciare l’allarme, due giorni fa sul Times, è stato Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato: “E’ molto difficile per i governi sostenere davanti all’opinione pubblica tagli profondi ai programmi sociali, educativi e alle pensioni, ma non al budget della difesa. Di conseguenza è ovvio che anche questi bilanci saranno colpiti dalla crisi economica”. Ne risentiranno non solo i fondi destinati a ordine pubblico e sicurezza interna, spiegano gli analisti, ma innanzitutto la possibilità di proiezione internazionale dei paesi Nato. L’Italia per esempio, proprio in questi giorni, si sarebbe convinta di non potere permettersi ulteriori responsabilità nella missione Kfor in Kosovo: per gestire insieme un comando centrale e uno locale, come auspicato dagli Americani, servono almeno 200 militari in più. Ma la crisi non consente spese extra. “E il problema non è solo quello del numero di uomini impegnati”, nota al Foglio Francesco D’Arrigo, direttore del Dipartimento di Studi d’Intelligence strategica e sicurezza della Link Campus University di Roma, “il riverbero dell’austerità si può far sentire anche sulla qualità degli interventi, in termini di risorse e materiali utilizzati, oltre che di formazione del personale”. Comprensibile dunque che la Nato, a capo di numerose missioni all’estero, tema un effetto domino sull’onda delle manovre correttive oggi molto in voga soprattutto in Europa.
“Il problema si pone soprattutto nel Vecchio continente”, conferma al Foglio Carlo Jean, esperto di studi strategici: “Gli Stati Uniti anche quest’anno hanno mantenuto, anzi accresciuto, la spesa militare, che è al 4,2 per cento del pil. Le prospettive di crescita economica glielo consentono”. In Italia invece, è pur vero che “le missioni all’estero non sono state toccate”, spiega Jean, “ma il bilancio della Difesa – già di per sé esiguo rispetto ad altri paesi europei – deve confrontarsi con un vincolo ferreo posto dal debito pubblico. Oggi siamo una media potenza regionale e una grande potenza europea. Se il debito continua a crescere, non sarà per sempre così”. Anche perché l’indebitamento crescente solleva altri problemi: “A fronte di una ripresa globale asimmetrica, chi saranno i creditori di domani? Molti stranieri, inclusi paesi non propriamente liberi e democratici”, conclude D’Arrigo.